Da SCENARIO Anno X Num. 7 - Luglio 1941:
- Lettera di Ermete Zacconi al direttore di Scenario: "L'arte drammatica di ieri e d'oggi".
- Autore: ERMETE ZACCONI
L'ARTE DRAMMATICA DI IERI E D'OGGI
Lettera di Ermete Zacconi al Direttore
Nelle fotografie: Ermete Zacconi al trucco in una recente fotografia - Alcuni dei tanti personaggi rappresentati in teatro.
Mio carissimo Amico,
negare i pericoli incontro ai quali corre il nostro teatro di prosa, nonostante l'amorosa cura e gli interventi del Governo Fascista per sostenerlo e ridonargli vita nuova, sarebbe negare la verità. Ora è appunto dicendo audacemente e interamente la verità sulle cause che originarono il male che si potrà - io penso - tentare di rimuovere gli effetti e ridonare forze vitali a questo istituto che ha tante nobili tradizioni e tanto diritto di vita. Le cause prime hanno origini tanto lontane ed è necessario, per illustrarle, fare un po' di storia, ma sarò breve. Storia da me vissuta. Molto si è scritto e parlato su questo argomento, e se oggi io ne scrivo, lo faccio per quel senso di dovere che mi sembra gravare su me perché più anziano tra i figli d'arte; e rivolgo a Voi queste mie considerazioni perché penso possano giovare, dato l'alto ufficio Vostro, al quale dedicate tanto amore e tanta delicata e paziente oculatezza. I miei più precisi ricordi datano dai sette anni. Nelle nostre grandi città e in alcune città secondarie i teatri di prosa erano proprietà privata di qualche ricca famiglia o di qualche istituto accademico. Un nobile e ricco letterato, per puro amore dell'arte, costruiva un teatro, che egli stesso poi gestiva, e non per desiderio di guadagno, che anzi in alcuni casi di sfrenata passione le somme spese continuamente per il teatro traevano a precipizio il patrimonio famigliare. Alla fondazione di una Accademia spesso era base l'erezione di un teatro, che l'Accademia stessa poi amministrava senza intendimenti di lucro, ma col nobile intento di farvi agire le migliori compagnie, che talvolta pagava. La città di provincia e i grossi e persino i piccoli paesi avevano teatri municipali, dove si facevano abitualmente brevi stagioni di opera e più lunghe e frequenti stagioni di prosa. I municipi accompagnavano spesso la concessione del teatro a compagnie drammatiche con un regalo, nelle stagioni più importanti, in cui i palchi erano di proprietà privata e i palchettisti contribuivano con un canone convenuto. Tutti i teatri disponevano d'un assortimento di scenari in tela e tutti davano alle compagnie, oltre l'uso del teatro, l'illuminazione, l'orchestra e gli inservienti. Tutto ciò prelevando per la manutenzione del teatro una piccola percentuale del 13 o del 20 per cento sugli incassi. Allora non c'erano agenzie, e i capocomici o caposoci trattavano direttamente con i proprietari dei teatri o con le amministrazioni accademiche o municipali. Le compagnie drammatiche si dividevano in tre classi: la prima percorreva le capitali e le più importanti città di provincia; la seconda, le città meno importan ti e i grossi paesi (ed era la classe cui apparteneva la compagnia di Giuseppe Zacconi, mio padre); e la terza (che si diceva dei guitti) girovagava per paesi e paesetti. Ogni attore drammatico era tenuto ad avere il proprio vestiario, adatto al ruolo che sosteneva; e le compagnie restavano unite tre, cinque e anche sei o sette anni. La critica teatrale quasi non esisteva come funzione giornaliera e solo qualche letterato o poeta a volte, per generoso impulso e amore per l'arte, celebrava in un articolo di giornale il merito di un autore o interprete. Ma quando un giovane attore o una giovane attrice mostrava del talento e del valore, la fama subito correva fra i compagni e giumgeva alle orecchie dei capocomici, i quali si affrettavano ha scritturare la buona promessa. E a questo modo i giovani di valore, di vero valore, passavano spesso dai guitti alle compagie secondarie e infine da queste alle primarie ... ... ...
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