Da SIPARIO Anno XXXIII N. 389 - Ottobre 1978:
- Vannucchi: "stile di un mestiere".
Autore: Angelo Pizzuto
VANNUCCHI: STILE DI UN MESTIERE.
Il gioco della suggestione e della coincidenza vale poco: ha ragione Giancarlo Sbragia, fra i più coinvolti in testimonianze e dichiarazioni all'indomani della repentina fine di Luigi Vannucchi. Non ci si uccide per eccessiva immedesimazione nel ruolo prediletto (Il Cesare Pavese del Vizio Assurdo) o di più recente acquisizione, nel cui caso la storia del teatro sarebbe lastricata di frequenti suicidi, a ogni compimento di dramma shakesperiano o tragedia greca, da parte di attori facilmente impressionabili. Per fortuna i processi di straniazione non necessariamente brechtiana, agiscono da antidoto istintivo. Ma nello stesso tempo ha ragione Ignazio Majore, quando spiega che ipotizzare le cause dell'autosoppressione equivale, il più delle volte, a esercizio accademico di falsi samaritani inclini alla compenetrazione e alla pseudoassoluzione solo in virtù del fatto di commentare la dipartita dalla terra di chi rimane. Un suicida, non c'è dubbio, stimola fra chi lo conobbe, irrefrenabili processi di transfert e sublimazione che nulla hanno a che spartire con le cause scatenanti del suicidio stesso; cause che in ultima analisi risultano sconosciute anche all'interessato (proprio perché indomate nella loro oscura tenacia) o meglio dirottate in alibi pseudo razionali il cui scopo è solo mascherare i meccanismi inconsci di rigetto che spezzano nei meandri dell'es gli slanci di una vitalità per altri versi insolubile. Che circostanze esterne, sociali o sentimentali possono agire da stimolo determinante alla maturazione del gesto, non serve a sottrarre il suicidio da quell'alone di enigma e sacralità che da parte nostra intendiamo rispettare, e senza ombra di retorica, non profanare. Ecco perché il modo più schietto e meno stucchevole di ricordare l'amico Vannucchi è quello paradossale di tralasciare il suo gesto conclusivo, sfuggito per fortuna alle spire della platealità e dell'esibizionismo, per vivificare l'attenzione di chi lo conobbe sui modi e lo stile di un "mestiere" che coincideva interamente con i disturbi di un'esistenza consumata affettivamente e culturalmente in presa diretta.
Nell'ultima fotografia Luigi Vannucchi e Giuseppe Pambieri ne "Il mercante di Venezia" di Shakespeare in scena pochi mesi fa al Teatro Romano di Verona.
Angelo Pizzuto



