UOMO E GALANTUOMO Poesia degli attori dialettali
Per quale rargione l'attore dialettale è, si dice, tanto più fresco, spontaneo, vivo, dell'attore che recita in italiano? Alla domanda che la gente di teatro si è posta infinite volte, la risposta più corrente è questa: che parlando italiano l'attore nostro si esprime in un idioma non parlato da nessuno nella vita, un idioma più o meno letterario, sicché egli è costretto a fabbricarsi un eloquio suo, un suo modo d'esset'e credibile; laddove I'attore dialettale s'esprime in linguaggo nativo, quotidiano, e per riuscire "vero" gli basta d'essere sé stesso. A riprova dell'asserzione si vuol citare il fatto che tutti gli attori usi a recitare in italiano, quando gli càpiti l'occasione d'una parte, o d'una battuta, in dialetto, diventano sempre bravissimi; mentre nel caso inverso, quando cioè qualche famoso attore dialettale debba eccezionalmente recitare in italiano, appare quasi sempre mediocre, e meno che mediocre. E si è sentita spiegare l'eccellenza dei comici italiani dell'arte, i quali per due secoli sbalordirono il mondo, appunto col fatto che le loro "maschere" parlavano i rispettivi dialetti. Ma oggi queste spiegazioni non ci soddisfano più. E anzitutto non è vero che i comici dell'arte pàrlassero solamente, o prevalntemntee, in dialetto. Anche nelle commedie che improvvisavano, accanto alle maschele dialettali, esistevano altri ruoli importanti come quelli degl'innammorati, che suscitavano deliri parlando in lingua. E in tutti i tempi le lolo primarie compagnie hanno alternato, alle commedie improvvise, le commedie e tragedie regolari, in prosa e in versi. Anzi a Parigì i comici italiani dell'arte hanno recitato a lungo anche in francese. Ma molto più vale notare che il gusto moderno, superati i furori veristici dell'Ottocento, oggi non esaurisce affatto il pregio dell'attore nella spontaneità; iì gusto moderno cerca uno stile: da Eleolora Duse a Ruggero Ruggeri, da Lumillaa Pitoeff a Barrault - tanto per citare alcuni nomi fra i più vicini a noi - la nostra gioia è data dal senso lirico della loro recitazione. Della senrplice spontaneità ci contentiarno, più o meno, negli attori minori: quando se ne incontrano, appunto nelle compagnie dialettali, e ci si diverte alle prese con certi giovinastri e certe servette che paiono arrivati direttamente dalla strada o dal cortile, a riempire dei loro tumulti la scena. Ma un godimento altrimenti superiore ce lo danno, anche fra i dialettali, quegli attori che dalla cosiddetta "verità" risalgono una composizione ideale, o comunque surreale. Ferruccio Benini, dalle apparenze di un linguaggio parlato, esprimeva un clima d'indicibile poesia; le più beate flgurazioni di Petrolini sfociavano nel ghirigoro grottesco, e addirittura nell'irrazionale e nell'assurdo. A tutto questo, e cioè a una sorta di umorismo lirico, ci richiama I'arte di Eduardo De Filippo. Ànche lui, come e più degli altri dialettali, muove dalle apparenze d'una realtà trita, e d'un linguaggio franto, incespicato, ribattuto, tale da dare all'ingenuo l'impressione della più ovvia quotidianità: ma per arrivare a ben altro. Ne abbiamo avuto la riprova giovedì sera al teatro Eliseo, dov'egli ha inaugurato la sua nuova stagione ripresentandosi in una vecchia farsa di nessun valore intrinseco. Uomo e galantuomo, che tanti anni fa si congegnò egli stesso, evidentemente senza badare pel sottile nell'impostarne svolgerne e concluderne la trama, ma con l'unico intento d'offrire una serie di pretesti alle bravure dell'attore, il quale aI lazzo pagliaccesco può giungere alla sorpresa d'una ossessionata e pietosa umanità. Da un motivo vagante pirandelliano - un uomo che, avendo svelato incautamente le sue relazioni con una donna maritata, per salvare l'onore di lei, deve lasciarsi passare per pazzo - si partono e s'aggrovigliano una quantità di casi strampalati, tra personaggi senza reale fisionomia, verso una conclusione che non conclude. Senonché in questo regno, tanto per cambiare, della menzogna, Eduardo, ha introdotto, a suo uso prsonale, un tipo di miserabile attore vagabondo, che è quanto dire, un professionista della finzione. Mercé un intrigo, per verità assai arruffato, le vicende di costui si mescolano a quelle degli eroi amrorosi; e, se non salvano agli occhi di nessuno l'inconsistenza del rozzo congegno, danno modo a Eduardo attore, a Titina e ai loro compagni, di dipanare una serie di scene, d'una comicità che in certi momenti arriva all'ebbrezza. Mirabili soprattutto quelli del primo atto, dove i guitti di cui Eduardo è a capo fanno la prova d'un loro spettacolo: prova in cui la recitazione di non più che tre o quattro battute finisce con l'occupare non si sa quanto tempo; e Ia famosa ricerca della cosiddetta semplicità e verità. attraverso una inverosimile insistenza, arriva al parossismo. Malgrado la povertà, e diremmo la innocenza, del puerile pretesto, in più punti di questa trama s'avvertono già certe capacità di quell'Eduardo autore, che come tale ci ha dato in progresso di tempo opere di ben altra fattura. Ma soprattutto si rivela, alla ribalta, la sua grandezza d'attore supergrottesco e, nei momenti buoni, incandescente. Crediamo che gl'immensi plausi con cui continuamente, a scena aperta e chiusa, il pubblico lo ha salutato, insieme con Titina e co' loro eccellenti compagni, abbiano significato appunto questo riconoscimento.
SILVIO D'AMICO