Da CORRIERE DEL TEATRO Anno II - N. 2 Febbario 1913:
- REDAZIONE: OBERON di Carlo Maria De Weber rappresentato alla Scala di Milano
"OBERON" di Carlo Maria de Weber rappresentato alla Scala di Milano
Il libretto dell'Oberon è stato giudicato dalla critica quale un insipido e meschino pasticcio di avventure fantastiche, malamente ridotte del poema omonimo di Wielhund, che Goethe classificava fra i capolavori della letteratura tedesca. E malgrado la buona traduzione ritmica italiana, si è ricordato il povero librettista Planchè, per renderlo responsabile della vacuità, della sconnessione del libretto medesimo. Ora tutto questo è ingiusto e non vero: il povero Planchè non ha nessuna colpa, nessuna responsabilità della poesia e dell'azione drammatica dell'Oberon; egli può essere benissimo dimenticato, perché non fu che l'esecutore fedele della volontà del suo padrone: Carlo Maria de Weber. Perché il libretto dell'Oberon, come quelli del Freischutz e dell'Euryante, sono quali li ha voluti o meglio li ha imposti il compositore Weber, il quale aveva fede inflessibile solamente nella musica e nella purezza di carattere della sua melodia una e indivisibile, si asservi sempre il poeta con crudeltà dogmatica, e lo costrinse ad innalzare egli stesso il rogo, sul quale l'infelice doveva lasciarsi ridurre in cenere, dopo aver alimentato il fuoco delle melodie di Weber. Infatti i poeti non furono fedeli al maestro, o meglio questi ne volle sempre dei nuovi per poterli ridurre con più facilità al proprio volere. Cosa che accadde anche per l'Oberon dove il Planché dovette subire e sopportare le imposizioni del Weber, quando questi, reso maggiormente crudele dalla malattia che in breve doveva condurlo alla tomba, dal bisogno incalzante, dalle esigenze dell'impresario che tale bisogno prese a sfruttare, tutti questi suoi dolori ed il cattivo umore che naturalmente ne derivava, senza pietà faceva scontare al povero librettista, unica persona nella quale poteva miseramente sfogare il tormento della sua anima colpita dalla malattia, e dalla volgare speculazione che si voleva fare della sua arte. Quindi non è il caso di parlare qui del libretto dell'Oberon, bensi della musica di Carlo Maria de Weber il quale di quest'arte fu indiscutibilmente un precursore e innovatore ... ... ...
... ... ... fu quindi ottima cosa l'avere portato alla "Scala" l'opera di Weber sino ad oggi sconosciuta. E per quanto il lavoro risenta un po' della sua età, il successo non è mancato. L'esecuzione fu ottima, ed è doveroso far lodi piene e incondizionate al "Maestro" Serafin e all'orchestra della Scala, per l'eccellenza dell'esecuzione orchestrale e del palco scenico, di una fusione, di un colorito e di una evidenza perfetta. Nella parte di Rezia, per la quale occorrono grandi mezzi vocali, la signora Giannina Russ, spiegò con larga signorilità tutte le risorse della sua voce, che è certo delle più limpide, stilizzate e resistenti voci che abbiamo in arte: tanto che essa venne continuamente e calorosamente applaudita dall'elegante e numerosissimo pubblico della Scala. Anche la Bertazzoli fu un Oberon di una grazia rara per purezza e soavità d'accento. Il Cesa Bianchi, per quanto un po' impacciato nella parte di Ugo, cantò con voce sicura, e con impeto sincero. Pure le parti secondarie si dimostrarono buone e l'interpretazione complessiva fu ottima nei cori e nelle danze elegantissime. Gli scenari di Rovescalli sono l'illusione ottica completa: al secondo atto c'è da crederci veramente sulla spiaggia del mare in burrasca, tanto che lo stesso macchinista Arnaldo fu chiamato dal pubblico al proscenio. Lo spettacolo si ripete con sempre maggior successo.
g.n.





